Gli insegnamenti di un muffin a rotelle

11/03/2012 at 14:07

Uno dei tweet più interessanti che ho letto nello stream dell’evento World Wide Rome è stato sicuramente quello di @nicolazago: “#makers12 veramente gli italiani hanno bisogno di farsi dire cosa è essere artigiani da uno con la maglietta della salute sotto la camicia?”.

Pochi minuti dopo aver visto quel tweet, durante l’intervento di Dale Dougherty, mi sono chiesto cosa avrà pensato il sobrio Nicola (che nell’avatar sfoggia un elegante papillon) vedendo la foto della muffin-mobile che Dale ha scelto per raccontare cosa vuol dire essere un maker. “Perbacco! Questo paese non si risolleverà certo producendo dei muffin giganti al posto delle Pagani!”.


Grazie a quel muffin, io ho capito invece perché ogni volta che sento parlare di quanto i makers siano simili agli “artigiani del made in Italy” metto mano alla pistola (lasercut).

Come co-fondatore di Vectorealism, mi sono trovato spesso a dover spiegare perché consideriamo tagliare con un laser o stampare in 3D una forma davvero innovativa di riappropriazione del “voler fare” e del “saper fare”. Questa operazione si scontra spesso contro due grandi difficoltà argomentative: dapprima, spiegare perché il rapid manufacturing e la digital fabrication dovrebbero interessare a chi orgogliosamente si vanta di produrre “a mano”, o nella versione più nobile, “artigianalmente”. Come è capitato in modo esplicito per la campagna slow food, la retorica comunicativa dell’artigianato si fonda infatti sul valore della lentezza della produzione come carattere distintivo dei propri prodotti.
Il principio sottostante ha una logica appartentemente di ferro: il mio oggetto ha richiesto più ore e più fatica per essere fatto, quindi vale di più [del suo contraltare a basso costo e con fatica outsourced]. Se lo faccio con il laser impiegandoci 1/5 del tempo, poi varrà di meno!

La seconda difficoltà è la giustificazione estetica del risultato; i nostri interlocutori spesso si aspettano dal progresso tecnologico che presentiamo la possibilità di produrre degli oggetti “più belli”, e quindi ancora una volta di maggior valore commerciale e simbolico. Ma come, dopo tutta la fatica fatta per attribuire valore e dignità d’arte agli oggetti del made in Italy, ci mettiamo a organizzare la fiera dei baffi di plastica e del muffin a rotelle?

Ormai ho imparato a riconoscere bene entrambi gli argomenti, che si appiccicano come macchie d’unto ai discorsi anche di insospettabili paladini dell’innovazione.

Fatica e lentezza, mezza bellezza
Il primo è la retorica della fatica e del lavoro incorporato, discutibile dal punto di vista microeconomico e ormai del tutto obsoleta, anche perché storicamente figlia della deprivazione proletaria.
L’artigiano che ho in mente io non è sudato e non puzza. Semplicemente, controlla da solo il suo progetto da vicino, dall’ideazione alla realizzazione, senza specializzarsi in una singola fase. Lentezza, fatica, rumore e polvere sono spesso parte di questo gioco, ma non ne rappresentano né l’essenza né il valore. Anzi, se possono essere eliminate con una tecnologia che risparmia fatica e velocizza i processi, tantomeglio.
Conosco designer che dopo aver realizzato il loro progetto con Autocad, prima di presentarlo ad un concorso, fanno anche delle tavole a mano su carta per mostrare come l’idea sia “nata da uno schizzo”, il colpo di genio abbozzato sul tovagliolo del ristorante. Evidentemente, sono convinti che questo possa aumentare il “valore” del progetto agli occhi dei loro interlocutori. Io penso che sia ora di farla finita con questo ridicolo immaginario della creatività, e fare i conti con i tempi che stiamo vivendo.

Making for making’s sake
Il secondo argomento, assai più subdolo, è invece l’attribuzione di valore economico e sociale agli oggetti (e a chi se ne fa interprete e fruitore) attraverso la loro estetizzazione e classificazione secondo canoni artistici. Quando il discorso sull’artigianato arriva su questo piano, l’unto diventa molto difficile da eliminare, perché radicato nella nostra cultura in modo assai profondo.

Un muffin a rotelle è bello? È utile al paese? È arte? Forse quello che gli artigiani italiani possono imparare da un tizio con la maglia della salute sotto la camicia è proprio – come direbbero gli americani – a vedere la big picture. E capire che fare delle cose può avere un’estetica in sé, indipendentemente dal “valore” del risultato e da quanto possa aiutarli nei loro personali progetti di arricchimento. Ars gratia artis. Making for making’s sake.