Makers e artigianato: avviso ai naviganti

03/05/2012 at 11:57

Da quando la parola “makers” è uscita dagli scantinati e approdata in grande stile nei circuiti mainstream (grazie sopratutto a World Wide Rome e a Riccardo Luna), l’attenzione sul fenomeno che ci appassiona si è moltiplicata.

In molti dei commenti che mi è capitato di leggere, più o meno autorevoli e articolati, la curiosità su cosa ci sia di davvero innovativo nel fenomeno si è però ben presto adagiata in una sintesi scellerata: “i makers non sono altro che i nostri artigiani del made in Italy!”. E allora perché si parla di terza rivoluzione industriale? Forse dovremmo parlare di rivoluzione artigiana! O magari rivalsa, ecco. Rivalsa artigiana.

Ricordo che a lezione di storia dell’arte, alla scuola media, mi avevano raccontato di un movimento ostile alla prima industrializzazione, nel tardo Ottocento. Il design deve molto a questo “movimento arts and crafts“, che esaltava i meriti dell’artigianato snobbando i prodotti industriali, imprecisi e di bassa qualità. I makers italiani sembrano aver attirato finora l’attenzione soltanto dei novelli seguaci dell’arts and crafts. Dopo l’ubriacatura caotica del Salone del Mobile, è il momento però di fare qualche distinguo.

Negli Stati Uniti il movimento dei makers e del DIY è sotto la lente di ingrandimento di chi si occupa di produzione industriale;  i “makers” sono visti come pionieri di una nuova cultura della produzione, potenzialmente in grado di far tornare l’industria nei paesi occidentali. Chi spera nei maker è convinto che i loro giocattoli e le buffe invenzioni abbiano il potere di rendere nuovamente “cool” le competenze tecniche legate al fare le cose (“STEM skills“:  science, technology, engineering, and math). Se la generazione X ha imparato a creare valore soltanto con Excel e Power Point, la Y sta imparando ad essere inoccupata nell’era del cloud e dei social network, i ragazzi della prossima generazione potranno forse tornare a lavorare nel secondo settore, seppure in fabbriche molto diverse da quelle che hanno conosciuto i loro bisnonni.

Anche in Italia, a ben vedere, il tassello più importante del maker movement (Arduino) è nato non a caso a Ivrea, in una scuola che ereditava la tradizione dell’industria Olivetti. Certo, i “numeri” generati dalle produzioni dei maker sono per ora ben distanti da quelli dell’industria. E anche il fatto che i loro prototipi riescano spesso a trovare sbocchi diretti sul mercato senza passare da una vera fase di industrializzazione fa pensare ad una somiglianza con i processi economici dell’artigianato. Per non parlare poi della capacità di costruire senza ricorrere (o quasi) alla divisione del lavoro, facendo cioè tutto da soli.

Una parte importante della maker culture è infatti mossa dall’idea del do-it-yourself, un’idea dal forte contenuto critico e anti-consumistico. Fa bene ricordare che DIY è pur sempre un motto punk, che poco ha a che fare con l’estetica del “ben fatto” e del lusso artigianale.

In definitiva, quello che considero importante è che il DIY e l’autoproduzione (o autoprogettazione) sono pratiche  creative in grado di ricomporre progetto ed esecuzione.  L’elogio del “piccolo” a tutti i costi, della “serie limitata” e il generico rifiuto snob della produzione in serie lo lascio volentieri a qualcun altro.