Makers e artigianato: avviso ai naviganti
Da quando la parola “makers” è uscita dagli scantinati e approdata in grande stile nei circuiti mainstream (grazie sopratutto a World Wide Rome e a Riccardo Luna), l’attenzione sul fenomeno che ci appassiona si è moltiplicata.
In molti dei commenti che mi è capitato di leggere, più o meno autorevoli e articolati, la curiosità su cosa ci sia di davvero innovativo nel fenomeno si è però ben presto adagiata in una sintesi scellerata: “i makers non sono altro che i nostri artigiani del made in Italy!”. E allora perché si parla di terza rivoluzione industriale? Forse dovremmo parlare di rivoluzione artigiana! O magari rivalsa, ecco. Rivalsa artigiana.
Ricordo che a lezione di storia dell’arte, alla scuola media, mi avevano raccontato di un movimento ostile alla prima industrializzazione, nel tardo Ottocento. Il design deve molto a questo “movimento arts and crafts“, che esaltava i meriti dell’artigianato snobbando i prodotti industriali, imprecisi e di bassa qualità. I makers italiani sembrano aver attirato finora l’attenzione soltanto dei novelli seguaci dell’arts and crafts. Dopo l’ubriacatura caotica del Salone del Mobile, è il momento però di fare qualche distinguo.
